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Christmas people for dummies!


Il mio Natale come metafora del populismo
Ah, già: tanti cari auguri!


Io non sono credente e per me il Natale non significa nulla.
Anzi, mi suscita emozioni sporadiche che vanno dalla percezione del ridicolo a un leggero fastidio.
Soprattutto per il suo coacerbo di incoerenza storica e raffazzonata simbologia. Però c’è e bisogna farci i conti.
Ad esempio può essere l’occasione giusta per stigmatizzare l’ipocrita superficialità dilagante nel nostro tempo, con particolare riferimento alla situazione sociale e politica italiana.

Il Natale come una fake news

Il modo in cui ci affidiamo al Natale infatti mi ricorda molto il modo in cui gestiamo le informazioni nell’era della comunicazione 2.0.
L’accesso facile e libero ad una quantità pressoché illimitata di possibile conoscenza da parte di tutti ed il loro frenetico consumo quotidiano, impone una domanda: siamo sicuri di saperla gestire?
E poi, quanto siamo davvero interessati a farlo?

Pensate alla tentazione del commento ossessivo compulsivo sui social. Quante volte scriviamo un’opinione ragionata dopo aver effettivamente letto e compreso un articolo? Quante volte condiviamo una notizia solo dopo averne verificato la fonte? Ve lo dico io: raramente. Molto raramente. Troppo raramente, in effetti.

Siamo la pacchia delle Fake News e, se ci pensate, la mia metafora torna anche qui. Da un punto di vsta storico infatti il Natale stesso è una fake news. Gli Ebrei non festeggiavano i compleanni e nel caso specifico della nascita di Gesù, il cui valore è soprattutto simbolico, dopo secoli in cui la cristianità fu divisa tra la scelta di date differenti (in inverno, in primavera, etc.) alla fine si è optato per sovrapporre la venuta al mondo del figlio di Dio ad una festa preesistente dedicata al Sole (le giornate che cominciano ad allungarsi di nuovo) e molto celebrata nel mondo antico, secondo una logica pragmatica decisamente main streem.

Questo comporta un universo di possibili rischi:
lo sputtanamento generale è probabilmente il minore (andatelo a dire al povero Toninelli e al suo entusiasmo, dopo la brillante uscita sul tunnel del Brennero…), ma ce ne sono altri. Dare credito a un ciarlatano ad esempio.
Gonfiare emozioni collettive imprevedibili come la rabbia e l’indignazione general generica rivolta a categorie fumose che di volta in volta prendono nome e volto del presunto nemico. Sdoganare, complice la mancata percezione di responsabilità fornita dallo scrivere dietro uno schermo, istinti deteriori e pure meschini (tipo razzismo, fascismo, odio sociale, tuttologismo di maniera, musica di merda, scegliete un po’ voi…).

Insomma, essere arrivati a non leggere più neppure le famose prime 5 righe di un articolo su un giornale o un qualsivoglia sito, ci ha portati a questo: siamo tristemente vulnerabili. Ci crediamo leoni e invece siamo deboli, soli, piccoli spaventati guerrieri.

Conosco gente che fa pure il riassunto del titolo e non scherzo. Va da sé che poi crediamo a qualunque messaggio ben confezionato e veicolato correttamente. Anche il fatto che mi sia venuto spontaneo utilizzare il verbo “credere” al posto di “pensare”, un poco mi turba.

Sta di fatto che la nostra debolezza intrinseca nei confronti di una narrazione spesso condotta da personaggi stupidi, pensata per masse liquide, ma costruita con grande cognizione di causa, rende governabili le nostre “conversioni”.
Termine tecnico per indicare le azioni che seguono le interazioni sui social: comportamenti di acquisto impulsivo specie su piattaforme on line, fidelizzazione massima verso un leader o un messaggio politico, ma anche sostegno ad atti di odio e discriminazione compiuti da altri, oppure riposizionare su di se e la propria rete sociale ansie e paure infondate, non vere.
È il caso della percezione di insicurezza dovuta alla presunta invasione di migranti, ma anche della periodica diffusione di credenze e superstizioni legate al cibo o alle malattie.

Per “credere” non serve studiare

Ma non è finita. Tutto questo va di pari passo con il disprezzo sdrucciolo per la cultura. Da alcuni anni a questa parte, perfino a sinistra si è bollato critiche e approfondimenti come roba da professoroni polverosi radical chic. Sembrava la cosa migliore da fare per governare in santa pace e invece si è contribuito a creare l’humus perfetto per la narrazione leghista. Il problema è che il vento non è ancora cambiato. Ottimo, se tutto va bene siamo rovinati.

Già l’istruzione universitatia in Italia non è mai stata di gran moda. Il calo degli iscritti e il sottobosco di imbarazzanti masterucoli e corsi di laurea surreali tipo Sociologia Informatica temo ne sia la prova. Non mi stupirei di trovare una bella triennale in “Questo e quello, come se fosse antani”, magari a Camerico, ma pure a Pisa o Pavia per sbarcare il lunario. Con il refresh di un grande cpassico del ’68: dal 18 politico al 18 patetico.

Mi sono laureato. Tutto sommato ne è valsa la pena

Mi ricordo che già una ventina di anni fa, il sottoscritto ha iniziato i corsi del primo anno in cinema e palestre e cinque anni dopo si è laureato su un divano o poco più.
Oggi va peggio e quindi si tagliano fondi a cultura e ricerca e in questi giorni si va ripetendo tronfi (o sornioni, dipende dal social media manager) che i titoli non contano poi così tanto e che le professioni non necessitano di gran qualifiche.

Ora, è vero che a sfogliare la lista di ministri e sottosegretari parrebbe proprio così, con perle mirabili quali la Sig., Sig.ra o Signorina Castelli (Toninelli ormai gli spiccia casa a queste/i), ma in realtà no. Chi studia di più nella stragrande maggioranza dei casi nella sua materia ne sa di più. Punto.
E che ci crediate o meno, solitamente guadagna pure di più.

La bulimia del Natale

Altro link divertente che assimila il Natale al populismo di piazza e tastiera (che ha sostituito quello concettualmente troppo articolato di Lotta&Governo) è il consumo bulimico di fatti e dati veri o presunti. I BPM devono restare alti, quasi a rischio acufene. Altrimenti si sostituisce lo strillone. Acciaccato per donne, tasse ed età il buon caro zio B. è toccato a Renzi, celebrato anche quando sciava (male) in Valdaosta. Poi il Grillone nazionale che a forza di attraversare i mari a nuoto si è scoglionato pure lui e infine la premiata ditta Matteo&Gigino (ha detto l’Annunziata che si può chiamare Gigino, quindi non temo querele), lanciati verso un Natale vanziniano dei tempi d’oro. Bene, bravi, bis.
La questione è assai più seria e complessa di così amici miei, ma faccio appello a quanto detto sopra e bignamizzo serenamente, che devo finire di far la salsa coi fegatini.

Disfattismo e speranza

Per fortuna in tutto questo meteorismo politico che aspetta almeno cento volte un reddito psicofisico a tratti ermetico di primaveta, che tarda ad arrivare (Battiato perdonami, non ho saputo resistere), qualcuno piano, in silenzio, riesce ancora a pensare.

È il caso di quella grande donna che è Emma Bonino, anzians e malata di cancro, trattata da statista in mezzo mondo e umiliata nel e dal Parlamento italiano (notare che continuo a usare la “P” maiuscola, perché alla democrazia ci credo ancora e il luogo dove siedono i nostri rappresentanti merita di essere rispettato… prima di tutto da se stesso).

Io sono di sinistra e non sono mai stato vicino al partito Radicale.
Sinistra peraltro da anni non pervenuta e intimamente triste, quasi come la versione europea della crisi del suburbio nord americano dei primi anni duemila, godibile in un qualsiasi pomeriggio presso il vostro Ipermercato preferito. Un giorno i nostri sogni riprenderenno quota. Oggi no e domani la vedo dura. Vabbè. Spero solo nelle classi arcobaleno che vedo a scuola e di non dover attendere come per la celebre profezia di Oscar Luigi Scalfaro. Amen.

Lo Zampone è quasi cotto.
Ma non è questo il punto. Il punto viene adesso.

Alcuni giorni fa, il 20 dicembre, dopo aver ricevuto una sequela di insulti nell’aula del Senato, la Senatrice Emma Bonino ha chiuso il suo discorso in lacrime, pronunciando una frase che dovrebbe entrare nei libri di storia: “E’ finito il mio tempo, ma non è finito il mio impegno per la Democrazia”.

Ecco, appunto.
Buon Natale

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