X

Blog

Etichetta Nutrizionale per gli alcolici: obbligatoria nel 2018, Birra compresa

L’etichetta nutrizionale sarà obbligatoria dal 2018 anche per le bevande alcoliche, compresa la birra e quindi anche la birra artigianale.

La notizia, rimbalzata in queste ore su molte testate, è di quelle da far drizzare le antenne. L’obbligo imposto dall’Unione Europea infatti nasconde non poche insidie. I produttori di alcolici hanno un anno di tempo per mettersi daccordo su un format di etichettatura condiviso, che permetta di includere i valori nutrizionali. Se però trascorso tale termine un accordo non sarà saltato fuori toccherà a Bruxelles intervenire.

Se la Commissione riterrà infatti la proposta di autoregolamentazione dei produttori inadeguata, lancerà una valutazione di impatto che porterà a una regolamentazione.

E’ facile immaginare il vespaio di polemiche esplose a tempo di record. Le associazioni di categoria italiane, da Coldiretti a Cia a Confagricoltori sono sul piede di guerra, mentre non è ancora chiara la posizione dei portavoce del mondo birrario.

Per capirci partiamo dai fondamentali e cominciamo col chiarire cos’è l’etichetta nutrizionale, o per meglio dire la dichiarazione nutrizionale.

Fa parte dell’etichetta alimentare e serve per definire nutrizionalmente il prodotto.

In essa sono riportati i dati seguenti (per 100 g o per 100 ml di prodotto e potranno essere affiancati dai dati relativi a una singola porzione):

  • calorie totali (in kilojoule e in kilocalorie; si legga l’articolo sulle unità di misura)
  • proteine in grammi
  • carboidrati (e gli zuccheri) in grammi
  • grassi e grassi saturi in grammi
  • sale (non il sodio come previsto in precedenza).

Come accade in Gran Bretagna, possono essere usati i semafori per indicare cibi con troppi grassi e/o zuccheri.

In senso assoluto è una cosa buona e devo sottolineare come le norme comunitarie a partire soprattutto dal 2011 e fino agli ultimi aggiornamenti del dicembre 2016, hanno contribuito in modo sostanziale a rendere più semplici, leggibili e utili  per il consumatore (cioè per tutti noi) le etichette poste sui prodotti. Non tutte le ciambelle però riescono col buco e di strada ne amnca ancora tanta. Sia perché il concetto di “chiarezza” cui si riferisce la normativa è in effetti più rivolto agli aspetti grafici e di stampa che non al reale significato intrinseco di questa parola, sia perché le possibilità di presentare i dati nutrizionali possono rendere certe informazioni piuttosto naif (pensiamo ad esempio allo “spacchettamento” dei grassi…). Ecco così che si trovano facilmente etichette (non tabelle nutrizionali, parlo degli ingredienti) riportanti sigle alfanumeriche riconducibili a non si sa quale conservante o antiossidante (per fare un esempio). Quindi: passi avanti sì e molti, ma non si poteva fare una vero e proprio sgambetto all’industria alimentare. C’è spazio per migliorare. 

Parliamo ora nello specifico delle bevande alcoliche. Prima di tutto chiariamo che quelle con tenore superiore a 1,2° sono esentate. Detto ciò proviamo a capire cosa comporta per i produttori la nuova normativa, considerando che il numero di quelli coinvolti allo stato dell’arte non dovrebbe essere elevato, ma dal punto di vista metodologico le potenziali conseguenze nel tempo non sono affatto da sottovalutare.

Se per il cibo in scatola, tanto per non fare giri di parole, cioè per i prodotti cosiddetti “pre-confezionati” di fattura industriale e distribuiti nel commercio al dettaglio e in GDO, la dichiarazione nutrizionale può rappresentare, se ben gestita, uno strumento di credibilità e fidelizzazione del consumatore, che si sente informato e rispettato anche se in realtà ne sa più o meno come prima, per per Birra e Vino le cose stanno un po’ diversamente. Anche perché negli altri prodotti alimentari la norma esenta dall’obbligo di inserire la dichiarazione nutrizionali i piccoli artigiani, chi produce per vendita diretta nei locali di trasformazione (ad esempio i panettieri), e altre categorie. Ma nulla di simile è previsto per gli alcolici.

Orbene, tutto questo potrebbe essere trascurabile se non fosse per le peculiarità del tessuto produttivo dell’artigianato alimentare in Italia. Il Vino viene prodotto da decine migliaia di piccole e piccolissime aziende disseminate ovunque sul territorio e comprese in circa 500 denominazioni, per ciascuna delle quali servirebbe un accordo. Follia pura.

Se penso alla Birra peggio mi sento. Quasi 1.300 Birrifici costretti a modificare tutte le loro etichette e ad indicare valori che gioco forza non avranno mai una costanza. L’Italia è il paese della fantasia birraria per eccellenza. Da noi stili e consuetudini vengono rivoltate e stravolte fino all’inverosimile. Ogni Birraio italiano degno di questo nome interpreta e rinnova, non esegue da purista. Immaginate quindi il caos di prevedere un format per la dichiarazione nutrizionale della birra?! Senza contare che ciascun produttore dovrebbe modificare le etichette di continuo al cambiare dei valori (cosa inevitabile nella Birra Artigianale, almeno per ora). Si aggiungano a questo (e vale anche per il vino) i costi di continue analisi, o lìacquisto di apparecchiature idonee per farle “in casa”, oltre naturalmente alle spese di grafica e stampa. Migliaia e migliaia di euro sulle spalle di micro-aziende il cui reddito è un terno al Lotto. Già, perchè dobbiamo ricordare che la stragrande maggioranza dei Birrifici Artigianali italiani oggi, fatturando cifre tutto sommato modeste, ha un utile al netto delle imposte, inferiore a 10.000 Euro. E sono ancora pochissimi i Birrifici ormai solidi e con volumi tali da potersi muovere verso una concezione industriale della produzione (“concezione” non vuol dire usare pessime materie prime e pastorizzare, solo dotarsi di strumenti per crescere sani).

In buona sostanza: L’industria birraria avrà uno strumento di marketing in più e i Microbirrifici pagheranno il conto. Amen.

In tutto questo il consumatore potrà fregiarsi di aver fatto una scoperta sensazionale: la Birra è un infuso di cereali aromatizzato e fermentato e il vino è il natural eprocesso di fermentazione dell’uva. Immagino che la traduzione di questo in una dichiarazione nutrizionale stravolgerà i nostri comportamenti di acquisto e ci porterà a riflessioni strabilianti. Ok, studiamo e informiamoci seriamente, ma per farci coraggio… ridiamoci su.

 

Rispondi